Elena Accorsi Buttini scrive

Scopro le parole
per raccontare i cosmetici

perché credo che esista sempre un modo migliore
per emozionare,
stupire e divertire.

Come lo faccio?

Parto dallo studio dei dettagli, dalla scheda prodotto e dalle specifiche tecniche del cosmetico per mostrare con le parole tutto l'impegno che voi mettete nello sviluppo del prodotto.

Cosa non faccio

La cosa più antipatica per chi lavora nell’ambito della comunicazione è cadere in clichè linguistici davvero odiosi. I clichè sono luoghi comuni, accostamenti di aggettivi e nomi triti e ritriti: vere e proprie “bare verbali” che ci fanno perdere clienti. 

Vanni Santoni le ha chiamate "banality, crasi tra “banale” e “fatality”, la mossa che mette al tappeto i gamer in mortal Kombat, giacché è l’unica cosa che un professionista deve cercare di evitare come la peste" (se non avete ancora letto il suo libro “La scrittura non si insegna” fatelo!).


Ho fatto una mia personalissima lista di banality cosmetiche, che voi potete aggiornare, e che include:

Nutrire la pelle

Nutrire i capelli

Dissetare la pelle

Nutrire in profondità

Risplendere di luce

Capelli sfibrati

Pelle spenta

Penetra in profondità


 

Alle banality si aggiunge quello che la mia amica Beatrice chiama scientifichese, ovvero una serie parole prestate dal mondo della scienza al mondo della fantasia:
 

- Stimolare l’attivazione cellulare

- Attivare l’azione riparatrice

- Risvegliare il metabolismo cellulare

Il tutto condito da percentuali, simboli matematici, diagrammi e numeri che non sono mai cifre tonde e approssimative, ma sempre molto precise come:


+46,79% di idratazione

62,99% di rughe

+34,89 di illuminazione

Si può andare oltre a questi luoghi comuni,
scopri come.