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  • Elena Accorsi

C'è un cancerogeno nella mia crema!

Guardo e riguardo i cosmetici che espongo in bagno: i profumi nelle loro confezioni di vetro con le bordature d’oro, e le creme chiuse nella loro scatole raffinate. I cosmetici, considerati il futile utile, il superfluo che ci fa sentire coccolati, sono tra i prodotti che vengono maggiormente a contatto con la nostra pelle e l’imposizione di norme sulla valutazione della loro sicurezza, risalenti a ormai trent’anni fa, li ha separati da quell’aura di innocenza nella quale sono rimasti per lungo tempo.


A partire dagli anni novanta vengono emanate le prime leggi, italiane, che disciplinano il mondo cosmetico. Solo in seguito si arriverà al Regolamento europeo 1223, applicato su tutti gli Stati dell’Unione, che regola rigidamente l’uso delle sostanze usate per garantire la sicurezza dei

consumatori.


Tutto quello che noi ci spalmiamo sulla pelle è quindi normato da severe valutazioni sulla sicurezza che definiscono quali ingredienti sono ammessi e quali sono invece vietati. Ma allora, perché sono presenti ingredienti come alcol, talco e i tanti coloranti usati nelle tinte per i capelli, riconosciuti come cancerogeni?


Se si conosce la pericolosità degli ingredienti perché inserirli nella lista degli ingredienti ammessi?

Innanzitutto, ricordiamoci che è impossibile vivere facendo tutto quello che normalmente facciamo come mangiare, spostarci, frequentare persone e lavorare senza venire a contatto con sostanze cancerogene. Prendere il sole, attività che svolgiamo regolarmente da aprile a settembre, o bere una birra con gli amici, ci espongono a cancerogeni riconosciuti dall’IARC, l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, come la radiazione solare e l’alcol.



Ma andiamo con calma e cerchiamo di inquadrare due concetti che sono fondamentali quando ci

avviciniamo a questi argomenti: pericolo e rischio. Il concetto di pericolo si riferisce alla tossicità delle sostanze, mentre il rischio è la probabilità con le quali possono manifestarsi conseguenze dannose; per questo motivo è utile fare una valutazione della sicurezza per prevenire le conseguenze dannose che ne possono derivare dall’uso dei cosmetici, come di tanti altri prodotti

di consumo.


In linea di principio, la valutazione della sicurezza la sperimentiamo nel nostro piccolo ogni giorno. Per esempio quando controlliamo sullo specchietto laterale della nostra macchina la presenza del passaggio di un pedone o di un ciclista prima di aprire la portiera. Questa piccola accortezza può fare la differenza per evitare un incidente che è molto frequente in città.


Altre volte compiamo valutazioni della sicurezza sbagliate in preda alle emozioni del momento: temiamo di più il verificarsi di un evento che oggettivamente è poco frequente, come un incidente aereo, rispetto al verificarsi di un evento che è molto più probabile come un tamponamento in auto per una manovra azzardata.


Veniamo alla parte che interessa a noi, ovvero la gestione della sicurezza delle sostanze chimiche presenti nei cosmetici classificate come cancerogene o come mutagene. Le sostanze cancerogene sono in grado di provocare tumori anche dopo anni dalla cessazione dell’esposizione; le sostanze mutagene invece, sono capaci di indurre mutazioni nella cellula modificandone il patrimonio genetico. Inoltre, una sostanza può essere cancerogena in quanto mutagena.


Ci dobbiamo preoccupare se il cosmetico contiene queste sostanze? No, o per lo meno non più di quel tanto. Si tratta di sostanze con le quali veniamo a già contatto mediante l'alimentazione, la normale vita sociale o più semplicemente l'esposizione al sole.


I cosmetici dovrebbero essere privi di queste sostanze? Non necessariamente. A volte il rischio di subire un effetto dannoso è talmente basso, soprattutto in misura alle quantità in cui sono presenti nel prodotto, che i tossicologi reputano il cosmetico sicuro.


Altre volte non vorremmo che queste sostanze siano presenti negli ingredienti, ma la loro presenza è inevitabile e fortunatamente in tracce. È il caso della vaselina per la possibile contaminazione di 1,4-diossano o il talco per l’amianto. Quando le Autorità devono decidere cosa si possa usare nei cosmetici e in quali quantità fanno una valutazione del rischio di esposizione intenzionale e accidentale ma prevedibile: ad esempio quando ci spruzziamo una lacca per capelli, sebbene non vogliamo respirarla volutamente, è inevitabile e prevedibile che la si possa inalare.


Ma non solo: ci si spinge anche a fare una stima approssimativa di quale potrebbe essere l’esposizione a una data sostanza per tutto l’arco della nostra vita. Si tratta di una quantità considerata come congrua per l’uso destinato, un valore medio tra chi non userà mai un gel per capelli, per esempio, e chi lo applica magari due volte al giorno.


Mi viene da sorridere quando penso alle app o ai bio-dizionari semaforici che danno sentenze sulla sicurezza delle sostanze sull’uomo e sull’ambiente.


C’è un altro aspetto che mi affascina molto e consiste nella precarietà della certezza quando si fa una valutazione sulla sicurezza. Per assurdo succede che le sostanze che studiamo di più e di cui abbiamo più dati possano sollevare più dubbi e discussioni in ambito normativo rispetto a sostanze su cui abbiamo poche informazioni tanto da non avere materiale per dubitare di esse. Durante i miei studi all’Università, il tossicologo Gregorio Loprieno mi ha insegnato che nella valutazione sulla sicurezza di un cosmetico dovremmo temere più quello che non conosciamo e che consideriamo sicuro per mancanza di prove rispetto a quello che già conosciamo e che è ampiamente controllato: conoscere, dunque, è un processo che conduce al dubbio più che alla certezza.

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