• Elena Accorsi

Fame di tenerezza.

Aggiornamento: 30 apr

Una fame così non l’avevo mai provata.


Mattina. Sono al lavoro davanti al computer, con una mano scrivo mentre l’altra cerca a tastoni l’apertura del pacchetto dei miei biscotti preferiti.


Salgo in macchina per fare consegne e sebbene il tragitto sia breve, la mia mano è già alla ricerca delle fruittella.


Una volta trovate, me le porto una dopo l’altra alla bocca. Fino all’ultima che la inghiottisco ancora incartata.


Quando mi rendo conto di masticare della carta, mi vergogno: cosa mi succede?


Ci risiamo: mentre discuto al telefono soprappensiero svuoto un sacchetto di cioccolatini. Era il ringraziamento di un paziente straniero, che nessuno prima di me aveva saputo accogliere e aiutare.

Sguscio il cioccolatino dall’incarto di stagnola e lo porto alla bocca.

Spingo la lingua contro il palato e la cioccolata si fonde: sollievo.


La tregua però dura per poco: mi ritrovo a bocca asciutta e la nervosa telefonata di lavoro mi riporta in tensione.


Vorrei essere altrove, tra le braccia del padre che non ho più e che mi è stato tolto.


Un’altra telefonata, un altro cioccolatino. Così fino a sera. A cena un pasto bilanciato ma ecco che a letto mi sale un languore, che mi porta fino in cucina.


Apro lo scaffale e il piccolo spazio in pancia diventa una voragine nella quale butto anche il mio senso della misura.

Finisco un’intera confezione di granola.

Vado a letto mortificata.


Passano le settimane, l'appetito no; il ricordo di aver deglutito la carta della caramella mi ha segnata.

Mi domando da dove venga questa fame.


Monto e rimonto ogni ragionamento, ogni ipotesi: una lunga anamnesi dove sono medica e paziente.


Fino a mettere ogni cosa in fila. Diagnosi.


La mia fame è una fame d’affetto che si sfama con quello che trova: il cibo.


Impossibile però calmarla: l’alimento a cui sono a dieta da tempo è la tenerezza.

Da qui la frustrazione e la rabbia.


È un’insostenibile dieta ipo-affettiva quella in cui mi trovo.

Come mi fa stare tutto ciò? Male.


La rabbia mi impedisce di adattarmi agli inciampi della vita e resto in uno stato di ingiusta punizione.


Arrabbiata e frustrata mangio, per trovare, tra un boccone e l’altro, un attimo di pace.


La fame d’affetto non si sfama con nessun cibo e dopo un pianto di stanchezza, ho svuotato il sacco oltre che a me stessa, anche alla mia nutrizionista, compagna di percorso con (troppe) false partenze.


Dicono che l’ammissione del problema è l’inizio di una soluzione, lo spero.


Perché ne parlo? Perché sono.

Sono un insieme di imperfezioni, di elementi che si disgregano e che cerco di ricompattare: questa è la vita, accomodati.


Per quanto dura sia la tempesta, le terrò testa con saggezza: sono la capitana della mia anima.


Sarà perché sono costretta a scendere a patti con ciò che mi spaventa o per altro, non so: mi torna in mente Vita di Pi

 

Ciao! se ti riconosci in quello che ho scritto o se conosci chi si trova in questa condizione, contatta una nutrizionista o lo specialista che ritieni possa aiutarti di più. Ciò che stai passando, passa ma con l'aiuto adeguato.



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