• Elena Accorsi

Nel nome del padre

Aggiornamento: 12 apr

Ci sono giorni in cui la mancanza di chi ci ha amato, pesa più di altri.

Ognuno reagisce a questo peso come può, io ho trovato un modo, molto personale, per farlo.


illustrazione di Barbara Baumann


Un giorno, non potendone più, mi sono chiusa nella sua stanza e l'ho chiamato ad alta voce.

"Papà, papà!" .

L'ho fatto come se lui fosse stato nell'altra stanza, e magari chissà se c'era.


Le parole, una volta pronunciate, l'hanno riportato in vita o almeno così mi è parso, perché in fin dei conti se lo nomini c'è, esiste.

Che bello averlo chiamato per nome, finalmente, dopo così tanto tempo che non lo facevo.

Struggenti e liberatorie, le parole sono le sole che tengono vive le persone e danno a noi che rimaniamo, la forza per superare il dolore.


A questo proposito mi va di consigliarvi il libro Alla fonte delle parole di Andrea Marcolongo, che si apre con una prefazione interessante.

Negli anni Sessanta del secolo scorso, l'antropologo e psicoterapeuta statiunitense Robert Levy condusse uno studio sull'isola di Tahiti per tentare di capire il motivo alla base dell'anormale, spropositato tasso di suicidi dei suoi abitanti - da qui, il libro Tahitians: Mind and Experience in the Society Islands (1973).

Dotata di ogni parola, persino la più minuziosa, il linguaggio degli abitanti era però sprovvisto di parole per indicare il dolore dell'anima, dalla più banale tristezza passeggera fino alla malinconia, all'angoscia, alla colpa, alla rabbia. Dunque gli abitanti di Tahiti, privati di mezzi linguistici per dire quanto soffrivano e per elaborare i propri stati d'animo, sceglievano di togliersi la vita.

Questo storia ci dice quanto le parole siano importanti e quale sia il loro scopo: dare un senso alle cose e circoscrivere le emozioni per saperle riconoscere.


Chiamare per nome mio padre e dare un nome alle cose è il miglior esercizio per affrontare i giorni più duri.



 

Visto che il Natale si avvicina, non si può rimanere senza una sostanziosa scorta di podcast da ascoltare: prendetevi carta e penna e segnatevi questi nomi.


In ordine sparso:

Proprio a me di Selvaggia Lucarelli per Chora Media, presenta le relazioni affettive sbagliate per quello che sono: dipendenze affettive. Le dipendenze affettive, colgono alla sprovvista e, purtroppo, sono riconosciute come tali dopo che ci siamo dentro da un bel po'. La condivisione delle esperienze funziona da terapia di gruppo e aiuta le persone a riconoscerle per venirci fuori, da sole, con la stessa forza di quando ci sono entrate.


Olivetti, l'occasione perduta di Paolo Colombo per Il Sole 24.

Il podcast ripercorre l'evoluzione dell'Olivetti, dando spazio alle menti brillanti che l'hanno vissuta. Mi ha commossa la vita di Mario Tchou (episodio 3 del podcast), un ingegnere italo cinese, che ha dato vita allo straordinario e ambizioso progetto Elea, poi abbandonato in seguito alla sua drammatica morte. Questa circostanza ha rimescolato le carte in tavola, cancellando la possibilità, una volta per tutte, di ottenere i successi meritati. Emozionante.


Mario Tchou e la pittrice Elisa Montessori, sua seconda moglie


Un filo rosso di Mario Calabresi per Chora Media.

Tra il 1980 e il 1981 cinque giovani uomini si presentano a un ospedale di Los Angeles con una strana infezione polmonare. Sono i primi cinque casi di quella malattia che verrà chiamata Aids, la sindrome da immunodeficenza causata dal virus dell'Hiv.

Un filo rosso attraversa la storia della malattia e lega le vite di scienziate, medici e atleti che sono stati travolti, loro malgrado, dalla malattia.


Il podcast racconta anche la storia di Nkosi Johnson, orfano sieropositivo undicenne che apre la 13°esima conferenza mondiale sull'Aids a Durban nel 2001 con un discorso che fa venire la pelle d'oca. Commovente.


Nkosi Jhonson durante il suo discorso di apertura del congresso di Durban. Morirà l'anno seguente per Aids.



 

Con questo è tutto, da Piccolo Mondo Antico a voi la linea.


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